E perché è importante non mettere lo zucchero nel caffè
Il Kaffemik groenlandese
Qualche tempo fa mi sono ritrovato a divorare un libro della casa editrice Iperborea, “La valle dei fiori” di Niviaq Korneliussen, definita dal New Yorker come “l’inaspettata stella letteraria groenlandese”.

Non c’è da stupirsene. “La valle dei fiori” è il primo romanzo groenlandese a vincere il Premio del Consiglio Nordico, che fino al 2020 era finito tra le mani esclusivamente di scrittori e scrittrici danesi, svedesi, norvegesi…insomma della Groenlandia interessava poco a pochi.
Al di là del valore letterario del romanzo (che sì ne ha e anche molto perché parla del tema del suicidio con un’impronta psicologica mostrandone le radici in un contesto sociale molto freddo), mentre lo divoravo, perché in ritardo per l’incontro con il mio club del libro, un’altra cosa mi era apparsa molto chiara: i kaffemik sono straordinari.
Ne parlava la protagonista del romanzo, mostrando la sua reticenza a parteciparvi. Io, invece, non vedevo l’ora di organizzarne uno. All’apparenza è una semplice festa di stampo groenlandese, con cibo groenlandese e tanto caffè. Una grande differenza c’è: non ha orari.
Si sceglie un giorno, spesso coincidente con un compleanno, un matrimonio o una festa nazionale, e si imbandisce una tavola che dura 24 ore. Gli invitati vengono quando vogliono, si tolgono le scarpe, consumano quello che c’è da consumare, parlano, se ne vanno e se vogliono tornano.
Libertà. E mi piace. C’è condivisione di storie, ma senza regole, c’è valorizzazione dei rapporti umani, ma senza impostazione, c’è comunità, ma senza leggi. Se non una, togliersi le scarpe. E c’è qualcosa di estremamente magico nell’immagine di una lunga fila di scarpe apposte all’ingresso di un kaffemik. Come se il vestito fosse rimasto fuori, a prendere freddo, e l’anima fosse entrata a scaldarsi di fronte ad una tazza di caffè.
Forse solo io ci trovo qualcosa di magico in tutto ciò, o magari no. E magari le mie informazioni non sono nemmeno del tutto esatte (in fondo le ho raccolte da un libro di narrativa fittizio). Quel che è certo è che questo concetto magico è esattamente quello che voglio applicare ad un giornale. Condivisione di storie, valorizzazione dei rapporti umani e comunità, ma senza regole, impostazioni e leggi, se non quelle dettate dalla comune decenza e dalla definizione della parola libertà (fintanto che venga rispettata quella dell’altro).
Ah giusto…lo zucchero
Quasi dimenticavo lo zucchero. Presupposto del kaffemik è quello di togliere lo zucchero dal caffè. No, non sto parlando dei veri kaffemik groenlandesi, là fanno quello che vogliono. Ma qui, se veramente non vogliamo impostazioni e leggi, allora sarebbe meglio evitare di addolcire le storie. La narrazione evocativa e la magia sono sempre ben accette, lo storytelling deve vivere, questo è chiaro.
Qui, però, il caffè lo beviamo amaro.

