Ho visto “Follemente” al cinema questo weekend, il nuovo film di Paolo Genovese. Sì, avevo delle aspettative molto alte, a essere sincero mi aspettavo un “Perfetti Sconosciuti” bis.
Il film è bello, divertente, riesci a immedesimarti con facilità in almeno un paio delle situazioni descritte. Ma la cosa più interessante di questo film, che mi costringe a scrivere qualcosa anche a distanza di due giorni, è il modo magistrale in cui riesce a racchiudere uno dei concetti più esplorati dalla letteratura fin dall’alba dei tempi.
Quale concetto? Beh ha molti nomi.
Shakespeare diceva nel secondo atto della settima scena di As you like it “Tutto il mondo è un palcoscenico, donne e uomini sono solo attori che entrano ed escono dalla scena. Ognuno nella sua vita interpreta molti ruoli e gli atti sono le sette età della vita.”
Erving Goffman, un sociologo che ha studiato la vita sociale come una rappresentazione teatrale, affermava che viviamo costantemente tra due dimensioni: il “frontstage”, il palcoscenico della vita pubblica in cui recitiamo ruoli e ci mostriamo agli altri secondo le aspettative sociali, e il “backstage”, lo spazio privato in cui possiamo rilassarci, abbassare la maschera e non preoccuparci del giudizio esterno.
Oppure, per tornare in Italia, Luigi Pirandello ha dato vita a questo concetto con Vitangelo Moscarda, in Uno nessuno centomila. O ancora meglio nella novella La carriola, quando lo descrive attraverso un avvocato e il suo momento di distacco dalla vita sul palcoscenico, senza maschera, nella follia.
Nella novella l’avvocato è costretto a interpretare un ruolo per tutto il giorno. Non è sé stesso, è l’avvocato. L’unico momento in cui sente il bisogno di togliersi la maschera è a fine giornata, quando prende la sua cagnolina e le alza le gambe posteriori simulando il movimento di una carriola. Follia. Sì, follia, per Pirandello la follia è l’unica possibile madre della salvezza, l’unico modo in cui un attore può scendere dal palcoscenico di Shakespeare, in cui l’essere umano può fuggire dal frontstage e rifugiarsi nel backstage della vita privata.
Questo perché forse il palcoscenico ci costringe fin troppo a interpretare un ruolo, la paura di essere diverso è troppo preponderante. Non abbiamo nessuna valida giustificazione per non essere quello che da noi si aspettano gli altri, anche se non li conosciamo. Dobbiamo recitare costantemente sul palcoscenico, con voce chiara, in modo tale che tutti possano capire chi siamo e guai a cambiar piano senza motivo.
In tutto ciò l’emozione è costruita, la parte è recitata, l’identità è nascosta. Si diventa una parte, o più parti ma distinte in base all’interlocutore e non la somma delle parti stesse che dovremmo essere.
E se non ce la facciamo più? Pirandello parla di follia, Goffmann di vita privata (grande atto di coraggio), Paolo Genovese di “niente”.
Sì perché l’articolo è ben lontano dal suo inizio eppure non ho ancora parlato del film. C’è un motivo. La letteratura sul tema è vastissima e il film ha il grande pregio di restituirlo con chiarezza, servendosi di Somebody to love dei Queen o semplicemente di stereotipi da ribaltare. La rappresentazione è alla Inside Out, ma ancora più profonda. Sì, perché nella testa di Piero e Lara, i protagonisti, non ci sono le emozioni, ma i ruoli che devono interpretare con le emozioni che ne seguono. E parlando di palcoscenico, l’appuntamento tra i due assomiglia proprio tanto a una performance teatrale. Guidati da quello che dovrebbero dire, come dovrebbero reagire, cosa dovrebbero essere.
Pirandello direbbe che non è un caso se questo film si chiama “Follemente” e a questo punto sarei d’accordo con lui. Eppure la via d’uscita di Piero e Lara al tentativo di scendere dal palcoscenico dei ruoli è un’altra. “Niente”. Forse un po’ semplicistico direbbe qualcuno, ma sicuramente traccia la via. Abbandonare i ruoli, spegnerli per qualche istante, non pensare, provare ad abbracciare la nostra identità così tanto intrappolata nei nodi della nostra rappresentazione.
Questo film mi fa credere nella potenza dell’individuo in un mondo che sembra volerci piegare giorno dopo giorno in un processo lento. Che sia con la follia, con la vita privata o con il “niente”, riprendiamoci noi stessi, come Piero e Lara, come se nessuno ci stesse guardando.

