Il piano di Donald Trump in vista delle elezioni presidenziali era molto semplice: forza contro debolezza.
Prima del ritiro dalla corsa alla Casa Bianca, di Biden il confronto tra i due candidati sembrava cosa fatta. Da una parte un Trump innalzato a “quasi martire” della patria dopo l’attentato fallito, dall’altra un Biden sempre più rallentato, in evidente difficoltà.
E, nonostante le evidenti prove a sostegno dell’enorme difficoltà di Biden, c’è da dire che i repubblicani hanno insistito molto su questo aspetto. Anzi, potremmo quasi dire che buona parte della campagna elettorale di Trump sia stata volta al discredito del suo avversario. Mostrare le debolezze di Biden per mettere in mostra la sua forza.
Non si tratta solamente di speculazioni, ne troviamo le prove nei vari comizi di Trump, nei confronti televisivi e nelle parole di Chris LaCivita e Susie Wiles, i due manager della campagna repubblicana.
Biden come Galileo Galilei
Trump e il suo staff non si sono inventati nulla di nuovo. Gettare fango non tanto sulle proposte politiche di qualcuno, quanto sulle sue caratteristiche fisiche è un tipo di linguaggio politico molto antico.
C’è da dire che le accuse di Trump fossero veramente fondate, considerati i “lapsus” di cui tutti abbiamo sentito parlare. Eppure la narrazione impostata andava oltre l’effettiva difficoltà, mirava proprio al discredito dell’altro, senza considerare il suo ruolo o le sue proposte.
Mi è tornato in mente un certo Martin Horky e la sua avversione nei confronti del Sidereus Nuncius, il trattato di circa 60 pagine scritto da Galileo Galilei nel 1610.

Nel Sidereus Nuncius venivano elencate una serie di scoperte astronomiche, raggiunte grazie all’uso del cannocchiale, dalla somiglianza della superficie lunare a quella terrestre fino ai satelliti di Giove. Si trattava di una serie di osservazione che andavano in contrasto con il “sapere tradizionale” della chiesa, che a quel tempo interpretava in maniera molto rigida tutti i passi della Bibbia.
Insomma, le scoperte di Galileo non andavano bene per l’epoca e lui andava screditato. Tra le varie accuse emerge proprio quella di Martin Horky, che si prende carico di una vera e propria campagna denigratoria nei suoi confronti.
Una campagna denigratoria non verso le sue scoperte…ma verso…il suo aspetto fisico. Infatti Horky definisce più volte Galileo Galilei come ripugnante, esteticamente inaccettabile.
Più tardi questa tecnica, ampliata e migliorata, verrà usata dai regimi totalitari, molto più interessati a screditare l’oppositore fisicamente e moralmente prima ancora di andare nel merito delle questioni.
E adesso…
Con il ritiro di Biden dalla corsa tutto cambia, anche la strategia comunicativa di Trump. Ricorrere alla denigrazione personale anche nei confronti di Kamala Harris è una possibilità, ma sarà certamente meno efficace rispetto a quella precedente diretta verso Biden.
In effetti la campagna di discredito è già iniziata, Trump ha mosso la prima pedina, prendendosi gioco della “Laughing Kamala” in un comizio. Un’espressione che serve a rimarcare il modo in cui Kamala Harris ride, giudicato dai repubblicani come “da pazza”.
Insomma, la tecnica di comunicazione (che sia chiaro, non è l’unica dell’intera campagna elettorale di Trump) è molto ben definita e affonda le radici nella storia. A questo punto bisogna chiedersi: se Biden è Galileo Galilei, costretto ad abiurare, e Trump il simpatico Martin Horky, chi diventerà Kamala Harris?

