Storie senza zucchero, per favore

La seconda stagione di House of the dragon e il tempo della narrazione

Essere l’erede di una delle serie televisive più popolari al mondo è una sfida ardua, eppure House of Dragon registra all’ultimo episodio circa 9,8 milioni di spettatori. In questo dato sono esclusi quelli in differita che recupereranno la puntata in un secondo momento. La sfida non solo è accettata ma, a livello di numeri, è anche ben vinta

Nonostante gli ascolti e il gradimento alto della serie televisiva prequel de Il Trono di Spade, la seconda stagione, ora giunta al termine, lascia dell’amaro in bocca.

Se la storia è costellata da personaggi psicologicamente affascinati che sono straordinariamente interpretati da grandissimi attori, ciò che funziona meno è il tempo della narrazione, la sua costruzione e la sua restituzione a livello visivo.

Alla fine della prima stagione gli spettatori erano pronti a prendere parte alla “danza” e schierarsi, chi sostenendo la Regina Nera, chi invece il suo fratellastro. La morte del principe Lucerys aveva chiaramente portato ad un punto di non ritorno, la “goccia che fa traboccare il vaso”, affamando lo spettatore di gloriose battaglie, colpi di scena, sviluppi e intrighi che avrebbero dovuto far incollare al televisore. 

Tutto questo, invece, resta una grande attesa per la terza e prossima stagione di cui ancora non si conoscono date di distribuzione e di uscita. 

Ma se le aspettative sulla guerra non sono rispettate, cosa è successo allora in queste otto puntate? 

Non si può dire che non ci siano momenti di alta tensione, la stagione si apre praticamente con l’omicidio del principe Jaehaerys e poi poco dopo continua con la morte di Rhaenys. Ma dopo questi momenti isolati della prima e della quarta puntata, ci fermiamo ad osservare sequenze e dialoghi ripetitivi.

Come accennato sopra, il problema che salta all’occhio è il tempo della narrazione e più nello specifico la sua durata. La scelta autoriale è stata quella di dilatare i tempi prolungando la suspense che caratterizzava tutta la prima stagione. Costruendo un ponte tra la prima stagione che appare a questo punto come una grande premessa e la guerra vera e propria. Ma era veramente necessario costruire questo ponte? 

E così vediamo Daemon che vola ad Harrenal dove vuole mettere in piedi un esercito, forse per se stesso o forse per la Regina, questo non è chiaro fino all’ultima puntata. In questo posto maledetto inizia ad avere delle visioni che portano il personaggio ad intraprendere il suo arco di trasformazione fino al cambiamento finale. Se Daemon parte arrogante, pieno di sè, egoista e con una brama di potere spietata finisce con l’inginocchiarsi a Rhaenyra, riconoscendo il suo ruolo e quello della moglie/ nipote. 

Tutto molto bello, ma il racconto di  Daemon avviene con una ripetizione tediosa in cui il “Re Consorte” non sembra veramente cambiare fino all’ultima visione del futuro, in cui troviamo alcuni personaggi già noti (l’esercito dei morti e una Daenerys di spalle). E così quando  Daemon si mostra cambiato, questa trasformazione noi non l’abbiamo tanto percepita perché i momenti sono numerosi e lunghi e la risoluzione breve e scattante. Gli episodi che caratterizzano il suo percorso non sembrano farlo procedere verso un vero e proprio obiettivo che quando viene raggiunto non soddisfa a pieno.

Lo stesso possiamo dire per la questione dei nuovi cavalieri di draghi che ci vengono presentati sin dalle prime puntate e di cui capiamo subito che avranno un ruolo all’interno della storia. Parliamo di Ulf il Bianco e  Hugh Martello. Al momento della chiamata passano pochi minuti per vederli già a cavallo di un drago nonostante le numerose puntate che passano tra la loro presentazione e la chiamata da parte di Rhaenyra. Il loro reclutamento è forse una delle parti nevralgiche della stagione visto la quantità di tempo dedicata ad esso ma quando viene finalmente presa in considerazione da Rhenyra, in pochi minuti abbiamo i due cavalieri. E così breve tutto lo scatto che ci chiediamo perché tanta attesa per quello che sarebbe stato uno dei momenti più salienti della stagione. Insomma l’attesa non vale la scoperta.

Per concludere, rispetto alla stagione precedente che è stata costruita perfettamente nonostante i salti temporali che gli autori hanno dovuto affrontare e i tanti avvenimenti da raccontare, questa stagione gestisce i tempi del racconto allungandoli quasi portandoli all’eccesso. Forse una scelta speculare alla prima stagione per costruire un contrasto una forma di antitesi per l’esplosione che ci aspettiamo avvenga nella terza e penultima stagione