Nel romanzo “L’adolescente” di Dostoevskij, Arkadij Dolgoruki sviluppa un’idea fissa: diventare un “Rothschild russo”.
Per lui, il denaro rappresenta il potere assoluto, la libertà di determinare la propria vita senza dover dipendere da nessuno. Questa convinzione nasce dal suo desiderio di riscatto sociale e dalla sua ribellione contro la figura paterna, il nobile Versilov, da cui si sente distante e tradito. Arkadij crede che solo accumulando ricchezza potrà affermare la propria superiorità e realizzare i suoi sogni di indipendenza.
Poi il nostro Arkadij si rende conto della fallacia della sua idea. Pur riuscendo a ottenere una certa indipendenza economica, scopre che il denaro non è in grado di risolvere i problemi più profondi della sua esistenza. L’ossessione per il denaro lo isola dagli altri e lo priva delle relazioni autentiche che desidera, lasciandolo vuoto e insoddisfatto. Alla fine, Dolgoruki comprende che la felicità non può essere comprata e che il vero significato della vita risiede in valori molto più profondi e complessi.
Tutto molto bello vero? D’altronde un romanzo deve avere la capacità di trasmettere un concetto, preferibilmente in grado di far riflettere su alcune dinamiche e, se non offrire delle soluzioni, quantomeno suggerirle.
Ma forse l’elemento più interessante in questo caso Dostoevskij lo porta con l’enunciazione del problema stesso. Perché un adolescente è così tanto divorato dalla necessità di autoaffermarsi? Perché è dominato dall’ansia di non riuscire a vincere nella vita? Perché deve a tutti i costi dimostrare agli altri di valere senza prendere in considerazione nemmeno per un secondo le proprie vocazioni?
Beh l’idea di Arkadij è tristemente attuale. Viviamo in un’epoca in cui il successo è spesso misurato in termini di ricchezza e status, alimentato dai social media e da un consumismo sfrenato. L’idea che il denaro possa garantire felicità e realizzazione personale è una narrazione tossica che conduce a una vita di superficialità e insoddisfazione.
E non lo dico io, lo dicono molti studi, tra cui uno importantissimo condotto nel corso degli ultimi 90 anni impostato appositamente per analizzare un’intera generazione.
Il denaro domina la società ed è naturale che attraverso questo si pensa di potersi realizzare. E, chissà, magari qualcuno ci riesce pure. Ma comunque questa narrativa ha un riflesso inconsapevole abbastanza tossico: spingere ragazzi come Arkadij Dolgoruki all’ansia di dover riuscire, senza conoscersi.
Insomma, a mio avviso, se Dostoevskij avesse ambientato il suo “L’adolescente” nel futuro del 2024 in Italia non sarebbe cambiato poi tanto.
Il buon vecchio Dostoevskij si dimostra ancora una volta uno di noi. E grazie per il messaggio finale salvifico, proveremo a decostruire quest’ansia per capire noi stessi ancor prima di riuscire a tutti i costi ad affermarci.

