Storie senza zucchero, per favore

L’arte di comunicare in segreto di Pereira

L’uso della lingua è un mezzo nascosto per dialogare con il subconscio, sostiene Matteo. Sì, soprattutto se determinati espedienti linguistici vengono ripetuti nel corso di un testo, un discorso o una canzone più volte con il fine specifico di sedimentare un concetto, senza esporlo chiaramente. Vengono in mente capolavori come Let it Be dei Beatles o l’iconico “Chiamatemi Ismaele” in Moby Dick. O almeno questo è ciò che sostiene Matteo, un giovane ragazzo del 2024 che non vive in una dittatura e che crede nella libertà di parola. Ma forse credereste di più a Pereira, il direttore della pagina culturale del Lisboa, giornale pomeridiano portoghese del 1938, in piena dittatura di Salazar e nel contesto politico instabile che precede lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Nel romanzo di Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira, Pereira sostiene molte cose. Sussurra al lettore molti concetti, dall’immortalità dell’anima alla mortalità della carne, passando per la libertà di stampa e parola, che non sono mai così scontate. Eppure questi concetti hanno sempre bisogno di un “sostiene”, un velo di incertezza che li copre, perché non è detto che possano essere accettati dall’ordine ideologico vigente.

Un “sostiene” che angoscia, scava nell’incertezza di poterlo dire, al punto da farci immaginare, per l’intera durata del romanzo, che il buon Pereira si trovi di fronte a un’aula di tribunale a raccontare la sua storia. E invece no, non c’è nessun tribunale… visibile.

Il contesto socio-politico portoghese intorno a lui ha già costruito un tribunale, fatto di pareti invisibili e microfoni sempre accesi. Le strade di Lisbona sono il banco dei testimoni, i suoi cittadini i presenti in aula, i suoi interlocutori i giudici. E Pereira è l’imputato, impaurito, apolitico con la paura di non esserlo, sostiene.

Se Pirandello avesse scritto la storia di Pereira, probabilmente avrebbe usato molti meno “sostiene” e avrebbe insistito con un gran numero di “così è (se vi pare)”, mentre Italo Calvino avrebbe chiesto ripetutamente “a cosa pensi?” al nostro amato Pereira.

Il concetto è lo stesso: Tabucchi ha scelto il “sostiene” come parola da ripetere come un mantra per instillare dubbio, ansia e paranoia nel lettore. Per descrivere la dittatura salazarista, si è servito di una sola parola e gli è bastato sussurrarla affinché il concetto arrivasse ai lettori. O al loro subconscio.

Pertanto, sì, l’uso della lingua è un mezzo nascosto per dialogare con il subconscio, sostiene Matteo. Soprattutto se determinati espedienti linguistici vengono ripetuti più volte nel corso di un testo, un discorso o una canzone con il fine specifico di sedimentare un concetto, senza esporlo chiaramente. Fate attenzione a individuarli, riconoscerne il valore e capire se siete d’accordo con il concetto segreto che vi è stato veicolato.

Ma questo non lo sostengo io, lo sostiene Pereira.