Esistono i limiti? In alcune situazioni direi di sì, dovrebbero esistere. In altre magari direi di no, sarebbe sbagliato. E a volte un limite si manifesta in modo molto plateale, senza recare un vero significativo cambiamento. Così come a volte un limite si presenta in modo tanto sottile quanto potente.
Non sembra per niente l’incipit di un articolo che parla di una partita di calcio. Ma in fondo il calcio è specchio della società, o quantomeno ne è una componente. E le storie che ruotano intorno a una partita di pallone sono spesso molto potenti, anche solo per il semplice fatto che sono molte le orecchie ad ascoltarle.
Questa storia può avere una portata importante, ma bisogna essere cauti nella sua gestione. Parlo della storia del divieto ai tifosi della Lazio di recarsi ad Amsterdam per la partita contro l’Ajax. Sarebbe stata una bella occasione per il tifoso di godersi una Lazio meravigliosamente (avverbio preso in prestito dalla mia indole da tifoso della Lazio, qualsiasi altro tifoso di un’altra squadra può tranquillamente soprassedere) prima in classifica in Europa League nella serata più sfidante di questo turno a campionato della competizione. Sì, insomma, quelle serate per cui il tifoso vive, è un crimine calcistico oltre a creare un problema di rimborsi. Con l’aggravante della discriminazione.
Ma questa decisione non riguarda solo i tifosi della Lazio che erano pronti a farsi 5 ore di fila in aeroporto, ci riguarda tutti. Perché? Beh, ma perché solleva una domanda ben più ampia: viviamo in una società di protezione o di paura? La sicurezza, così come viene intesa oggi, è davvero la chiave per un mondo migliore, o sta lentamente trasformando la nostra quotidianità in una gabbia dorata (o gabbia digitale se preferite)?
La decisione di impedire ai tifosi di seguire la propria squadra, di limitare la loro libertà di spostamento in nome della sicurezza, richiama alla mente un interrogativo che, in tempi di incertezze globali e timori diffusi, diventa sempre più urgente. Siamo davvero più sicuri quando rinunciamo a quelle libertà che sembrano così naturali, come il poter viaggiare, senza chiedere permesso, per seguire la propria passione?
La società dell’ipersicurezza, come la chiamiamo oggi, o almeno così l’ho chiamata io in questo momento, ha già messo in discussione la nostra percezione di libertà. Non parliamo solo di divieti di trasferta, ma di una mentalità che si sta radicando, dove la prevenzione è più importante della libertà di scelta. Se da un lato il rischio di eventi violenti è un argomento difficile da ignorare, dall’altro la domanda che ci sorge è se questa protezione preventiva, che condiziona sempre più le nostre azioni, non stia già minando l’essenza di ciò che significa essere liberi. È giusto porsi questa domanda, o siamo già arrivati al punto in cui la sicurezza e il controllo sono diventati i veri padroni delle nostre vite?
La scelta di chiudere le porte a un gruppo di tifosi, considerato una minaccia prima ancora che si verifichi un fatto concreto, è veramente ambigua, per non usare altri termini.
E c’è anche qualcos’altro che non torna. Come se, nell’affanno di proteggere, avessimo perso di vista il vero valore della comunità, del collettivo, di quella sensazione che il calcio, come ogni passione, porta con sé. Quella di stare insieme, di essere parte di un tutto, di poter agire liberamente. È questo che stiamo sacrificando sull’altare della sicurezza? E a che pro?

