Storie senza zucchero, per favore

Il viaggio per imparare ad abitare il nulla di Alberto Moravia

S’interpreta ogni viaggio in maniera diversa.

Chi viaggia per ritrovare serenità, chi per abbandonarsi in un luogo lontano dal proprio quotidiano, chi per il senso dell’avventura, chi per scoprire nuovi luoghi e costruire nuovi occhi.

Ogni meta è diversa, ciascuna dona sensazioni imprevedibili, che non avremmo mai potuto pronosticare alla partenza.
Nel passato c’era chi “partiva per il tour o il grand tour per conoscere il mondo e, attraverso il mondo, se stessi: cioè per constatare con l’esperienza diretta che, pur sotto diversissime apparenze, il mondo era pur sempre uno solo.”

Uno solo è il mondo che descrive Alberto Moravia nelle Lettere dal Sahara, un tutt’uno ma fatto di mille diversità. Un mondo così distante da tutto ciò che ci circonda e possiamo concepire come vicino.

Eppure, Moravia, tra il 1975 e il 1981, inviato speciale del Corriere della Sera in Africa, riesce a far emergere dei collegamenti. Riesce a vedere nell’incolore cittadina di Man nella Costa d’Avorio un dipinto giapponese, nel paesaggio della Guinea una città terremotata italiana poco dopo il sisma, nella boscaglia africana stralci della nebbia lombarda.

Alberto Moravia dipinge l’universo africano con i suoi occhi, rendendosi conto, passo dopo passo, pagina dopo pagina, viaggio dopo viaggio, che sono i suoi occhi che stanno cambiando colore.

Forse è questo il significato di ogni viaggio, al di là della sua meta. Basta pensare a ciò che Moravia descrive nelle prime pagine delle sue Lettere dal Sahara, quando si trova ad Abidjan nella laguna ivoriana:

“Non ci sono barche, non ci sono case, non c’è nulla, perfino si direbbe che, per mancanza di rumori che lo facciano risaltare, non c’è neppure il silenzio.”

Questo luogo così vicino al nulla lo rimanda all’Eden, al paradiso terrestre, lo porta a sentirsi un Adamo.

La prima parte delle sue lettere racconta le sensazioni e le esperienze di Moravia dalla Guinea e dalla Costa d’Avorio (non a caso si chiameranno Diario Avorio), a contatto con i Lobi, la popolazione ivoriana, con la cultura che impara a conoscere, nello scontro quasi esilarante tra una civiltà così attaccata al lavoro, alla terra, alla superstizione, alla danza e la troupe di Moravia.

Un manipolo di uomini e donne che introducono nel paradiso terrestre dei Lobi elementi così innaturali come la macchina da presa. Fa sorridere l’immagine dell’incontro tra il capo della tribù ivoriana, quasi del tutto cieco, vestito di pelli e con un timbro di voce basso a comunicare rispetto e il fonico lombardo della troupe, impaurito perché dovrà addentrarsi nell’accampamento dei Lobi.

L’incontro con una cultura così diversa ci porta a riflettere su ciascun aspetto della nostra cultura, anche quelli all’apparenza più insignificanti. La danza in Africa, ad esempio, ha un sapore d’eternità.

Se in Europa si tende sempre a danzare accompagnati dalla musica, quasi a voler riempire quelle note con la nostra vitalità e i nostri movimenti, in Africa la danza se ne scollega. La danza diventa rapporto con il mondo, si allontana dall’esercizio o dallo svago, è parte fondamentale dell’esistenza di un individuo.

Si riflette su cosa vuol dire abitare la natura, senza cambiarla per assecondare i bisogni dell’uomo. Il concetto di capanna travalica così quell’immagine rudimentale, ma s’inserisce in una cornice d’armonia con la natura stessa. Un senso di rispetto nei confronti di chi ti accoglie, la sensazione di pace che spazza via il senso di colpa nei confronti del mondo.

“La casa è costruita con materiali duraturi e dunque invecchia e va rinnovata, e la capanna invece con materiali caduchi e perciò non fa in tempo a invecchiare. Sarà per un altro motivo, ma la capanna, a differenza della casa, pur essendo opera umana assai complessa e meditata, partecipa all’immobilità e inalterabilità naturale.”

Se il silenzio, l’immobilità e il nulla sono parte del viaggio di Moravia nel cuore dell’Africa, questi raggiungono il suo apice nel deserto. Qui cominciano le vere Lettere dal Sahara, quelle che narrano questo infinito universo di sabbia. Il deserto che non può fare a meno di suscitare riflessioni sulla morte, sulla vastità del silenzio e del nulla.

“La morte nel Sahara ha qualcosa di vitale, in senso spirituale, così come la vita in Europa ha qualche cosa di mortuario.”

Così il Sahara diventa una disavventura, un vero e proprio luogo di morte, ma al tempo stesso traccia una strada, stimola l’immaginazione, raccoglie dentro la nostra mente pensieri che altrimenti non avrebbero mai visto la luce. Con il deserto si raggiunge lo scopo ultimo di ogni viaggio, si cambia.

“Il Sahara è un deserto cioè un luogo di morte; eppure, spero di averne recuperato, nelle mie lettere, l’esperienza, cioè la vita. Quella vita a cui nessun aspetto della realtà può aspirare se non siamo noi per primi a fornirgliela.”

“Lettere dal Sahara” di Alberto Moravia, edito da Bompiani, rappresenta l’essenza della letteratura di viaggio. Da non leggere se non si ha alcuna intenzione di cambiare, di lasciarsi affascinare da tutto ciò che non abbiamo mai nemmeno potuto immaginare. Da non leggere se non si è pronti, al termine della lettura, a prendere un biglietto aereo per l’Africa.