Cosa c’è dietro lo scandalo delle scommesse dell’NBA e perché chi è già ricco e famoso continua a richiedere ricchezza, a costo di perdere tutto.

Cosa spinge persone già ricche e famose a richiedere ancora più ricchezza dal mondo? Questa domanda è sorta spontanea a chiunque tra ieri e oggi si sia imbattuto nella notizia della settimana, se escludiamo i terrificanti orizzonti di guerra che ci stanno circondando.
Sto parlando dello scandalo delle scommesse dell’NBA che ha toccato direttamente la competizione di basket più famosa al mondo. Ieri Chauncey Billups, allenatore dei Portland Trail Blazers, e Terry Rozier, giocatore dei Miami Heat, sono stati arrestati in una vasta operazione contro scommesse e gioco d’azzardo illegali nella NBA.
Stando a quanto comunicato dall’FBI, dall’altro capo del telefono rosso di questa operazione di scommesse e gioco d’azzardo c’è persino la mafia italoamericana. Tanto per intenderci, si parla di coinvolgimenti della famiglie italiane di Cosa Nostra in attività illegali che hanno fruttato decine di milioni di dollari. Parole del direttore dell’FBI Kash Patel, non mie.
Insomma, Chauncey Billups, Terry Rozier e altre trenta persone tra addetti ai lavori e frequentatori del mondo dell’NBA sono state condannate per falsificazione delle partite, giri illegali riguardanti partite di poker online truccate e passaggio di informazioni cruciali per la tratta delle scommesse. Il tutto farcito da un pesantissimo e più che presunto coinvolgimento mafioso.
Sei già ricco…perché l’hai fatto?
E allora torniamo alla domanda con cui ho aperto questa newsletter. Cosa spinge persone già ricche e famose a richiedere ancora più ricchezza dal mondo? E aggiungo: a costo di perdere tutto ciò che hanno costruito.
Ma prima di rispondere tracciamo un profilo biografico almeno di Chancey Billups e Terry Rozier, due nomi che a un ignorante della storia del basket americano come il sottoscritto non facevano accendere nessuna lampadina. Ma, tranquilli, ho rimediato oggi.
Mr Big Shot e Scary Terry

Chauncey Billups è l’emblema del giocatore che ha conquistato tutto: talento, anelli, riconoscimento. A Detroit diventa “Mr. Big Shot”, simbolo di freddezza e leadership, ma la sua storia è anche quella di un uomo che, una volta toccato l’apice, ha dovuto reinventarsi per ritrovare un senso, prima come mentore, poi come allenatore. È il modello del campione che, dopo aver raggiunto la vetta, deve imparare a convivere con la nostalgia del campo e con la ricerca di nuove sfide.

Terry Rozier, invece, viene da tutt’altra traiettoria. Cresciuto nell’Ohio con un padre in carcere e pochi punti di riferimento, è arrivato in NBA faticando per farsi notare, guadagnandosi il soprannome “Scary Terry” per la sua ferocia in campo. È il giocatore che non ha mai smesso di dimostrare di valere, la personificazione della fame di chi non si sente mai arrivato.
Due personaggi molto distanti all’apparenza, che in comune hanno la passione per il basket, un soprannome divertente e, da ieri, lo scandalo scommesse.
Viene da sé che la risposta alla mia domanda non possa avere una singola risposta. Sarebbe facile ridurre la complessità delle vicende umane a qualche dogma. Ma peccheremmo di assolutismo e non intendo sposare una versione della vita come spesso si tende a fare in questa società per pigrizia e risveglio della pancia popolare.
Qui le risposte sono molteplici e non penso di poterle avere tutte, anche perché alla base c’è un coinvolgimento mafioso. Probabilmente nemmeno l’FBI, che conduce questa indagine da quattro anni, è a conoscenza di tutti i retroscena della vicende. Inoltre posso reperire informazioni biografiche su Mr Big Shot e Scary Terry, ma non posso conoscere esattamente la loro situazione mentale e psicologica, la profondità delle loro esperienze, i loro traumi.
Mi limiterò a commentare ciò che vedo, come sempre, con una piccola dose di divagazione.
Dal mio canto, un giocatore dell’NBA è abbastanza famoso e ricco da non chiedere altro dalla vita. È una frase che, formulata in forme diverse, esce fuori dalla pancia di ognuno di noi. Perché farlo?
La mia riposta psicologica
E forse la prima risposta sta in questa affermazione: l’assenza di avventura una volta completata la precedente. Quando l’unica sfida rimasta è mantenere ciò che hai, anche la stabilità può diventare una gabbia. La richiesta di dopamina, non saziata, ma anzi alimentata dai recenti successi.
Nel corpo di un atleta, la dopamina è la moneta dell’euforia: ricompensa ogni canestro, ogni vittoria, ogni applauso. È ciò che rende la fatica sopportabile e il rischio necessario. Il tutto infarcito dalla catena social di idolatrazione, dalla cultura del successo, ancora più potente negli USA rispetto all’Europa, e dal denaro. Rimanere con i piedi per terra non deve essere facile. E non dico che Mr Big Shot e Scary Terry l’abbiano fatto, non posso saperlo, ma sicuramente una vita condotta attraverso picchi di dopamina alti possono trasformare la tua giornata in un’altalena emotiva. Un’altalena molto veloce, tra picchi di massima e picchi di down.
E nei picchi di down, la fonte di gratificazione improvvisamente si prosciuga. Il cervello, abituato a picchi continui di dopamina e riconoscimento, comincia a cercare nuovi stimoli.
Così magari può arrivare la scommessa, il rischio finanziario o il gesto impulsivo che diventano un surrogato della partita. Mr Big Shot rappresenta chi prova a sostituire quella dopamina trasformandola in controllo e leadership, salendo di ruolo ma non di intensità. Terry Rozier, invece, incarna il bisogno ancora crudo di sentirsi vivo, “Scary Terry”, alimentato dalla stessa dopamina che lo ha spinto a farsi notare. In entrambi i casi, il problema non è la ricchezza: è la chimica della vittoria e la paura del silenzio che viene dopo.
La mia risposta sociale
E poi chissà se non esistono nella sfera sociale di un giocatore dell’NBA persone ancora più ricche di loro. Cosa c’entra? È una questione di percezione sociale.
È naturale che da parte mia, umilissimo giornalista della periferia romana con un picco massimo di 800 followers su una pagina in cui parlavo di storytelling, la posizione di Scary Terry sembra altissima. E da lì di nuovo la domanda: ma sei già ricco, perché lo hai fatto?
C’è da dire che però il mondo è relativo, sempre. Nel mondo dell’élite sportiva la povertà non è una questione di denaro, ma di confronto. La ricchezza, come la fama, smette presto di essere un traguardo e diventa una misura relativa, un continuo paragone con chi possiede di più, o con chi sembra contare di più. In un ambiente dove l’ostentazione è parte del linguaggio, sentirsi “povero” significa semplicemente sentirsi meno visibile. È la logica spietata della scala sociale americana, dove il successo non si conserva, si rinnova di continuo. Così anche un milionario può percepire un deficit di status, una mancanza di riconoscimento, e provare a colmarla non con la necessità, ma con il rischio. Non è avidità, ma la versione sociale dello stesso meccanismo chimico: la dopamina dell’apparire, del contare, del sentirsi ancora al centro del gioco.
E a questo si aggiungono vicende personali che non possiamo conoscere, vissuti sconosciuti (almeno a me, qualche fan dell’NBA che mi legge potrà dirmi certamente di più) e chissà cos’altro.
Mille altre risposte e nessuna
Da questa analisi mi ritrovo solo a pensare che il mondo è relativo sempre e che la domanda che mi sono posto all’inizio e che sono sicuro che la pancia di tutti noi produce (sei già ricco perché l’hai fatto?) in realtà ha mille risposte e nessuna contemporaneamente. Ed è pertanto priva di senso se non si scende nella profondità del vissuto umano, della sfera sociale e della nostra psicologia. Come la maggior parte delle domande che pone la nostra pancia.
Per concludere, perché Scary Terry e Mr Big Shot hanno preso parte a questa operazione illecita con coinvolgimento mafioso? Probabilmente per mille motivi e nessuno, noi possiamo solo interrogarci e cercare di capire ogni giorno di più la complessità dell’umano, anche e soprattutto nei suoi aspetti più oscuri.
E magari, nel frattempo, possiamo provare a individuare i meccanismi tossici della nostra mente, rinnegare le pressioni sociali che ci autoimponiamo e, per una volta, essere grati alla vita. Insomma, provare a essere la versione migliore di noi stessi.
