Storie senza zucchero, per favore

La perpetua lotta dell’intrattenimento e il metodo spezzatino

Come ci stiamo trasformando in fruitori passivi e veloci a scapito della nostra libertà

Vi è mai capitato di sentirvi stanchi dopo aver trascorso qualche ora a guardare video brevi sui social? Di per sé dovrebbe essere un’attività rilassante. Il corpo si trova in una posizione senza sforzo (spesso seduto sul divano o sdraiato a letto), la mente non è chissà quanto stimolata da impulsi esterni e non stai proiettando altri pensieri al di fuori del breve intrattenimento che stai godendo. Eppure, dopo un po’ di tempo, il corpo si affatica, gli occhi lacrimano e percepisci il cervello pesante, come se si contorcesse.

A me è capitato e sono sicuro di non essere l’unico. D’altronde viviamo in un mondo costruito intorno alla brevità, all’intrattenimento rapido e all’educazione digitale (scarsa). Ma quello di cui vorrei parlare oggi è il modo in cui questo intrattenimento viene programmato. Non parlo di persone brutte e cattive che vogliono farci del male e contro cui punto il dito, parlo di persone che fanno il loro lavoro, immerse in una società un po’ malata, con qualche deficit dell’attenzione e dagli obiettivi quanto meno rivedibili. 

Insomma, conosciamo gli effetti antisociali e debilitanti dell’intrattenimento breve o in tutte le sue forme, ma quante volte vi siete soffermati a riflettere sul modo in cui viene instillato questo veleno e sui reali motivi. Prendiamo le serie tv. Una forma di intrattenimento che amo, si sta parlando pur sempre di storie, emozioni e capacità narrative. Eppure, il modo in cui vengono distribuite, proclamate e pubblicizzate rientra perfettamente nel meccanismo manipolativo sulla collettività. E ancora una volta sottolineo che non è mia intenzione puntare il dito. Piuttosto cercare di capire i meccanismi dietro ad alcune logiche che oggi ci appaiono come naturali, ma di naturale hanno ben poco.

Il gran finale di Stranger Things

Immaginate il seguente scenario. È il 27 novembre e ti senti felice perché finalmente puoi guardare il gran finale di Stranger Things, una serie bellissima, con un’ambientazione unica e romantica, dei personaggi scritti magistralmente e una trama ricca di colpi di scena memorabili. Una serie che hai iniziato a vedere 9 anni fa. Inizi il tuo binge watching, ma il tuo televisore ha un problema e non riesci ad andare oltre il quarto episodio. Dopo qualche ricerca ti rendi conto che effettivamente Netflix ha rilasciato solo i primi quattro episodi e la seconda parte sarà disponibile solo a Natale. Ti armi di pazienza, aspetti un altro mese e finalmente, tra una fetta di pandoro e l’altra, finisci il settimo episodio della serie. Sei nel punto cruciale della storia, manca solo la parola fine e il grande risvolto finale. Eppure, ancora una volta, la stagione si interrompe. E apprendi che per guardare l’ultimo episodio devi aspettare capodanno.

Le serie spezzatino

È il fenomeno delle serie spezzatino e Netflix è maestra in questo. Le serie non vengono più rilasciate per intero, ma seguendo delle logiche di marketing e diffusione più distese. Il rilascio “spezzettato” delle stagioni divise in parti, volumi o blocchi è diventato una strategia chiave per massimizzare l’attenzione, allungare la durata della conversazione globale e aumentare il valore economico delle serie

Per un servizio come Netflix la metrica più importante rimane infatti quella di tenere l’utente abbonato il più a lungo possibile. Se pubblichi tutto in un weekend, gli utenti fanno binge e se ne vanno. Se invece dividi la stagione in due parti distanziate di 4–8 settimane, hai un motivo organico per trattenere l’abbonato.

Stranger Things 4 è stato diviso in Volume 1 (maggio 2022) e Volume 2 (luglio 2022). In quel periodo Netflix ha avuto il minor tasso di disdette degli ultimi 18 mesi. L’intervallo tra i due volumi ha coperto un intero ciclo di abbonamento aggiuntivo per milioni di utenti. Insomma, un mese in più di soldi da ciascun abbonato indeciso.

Con il metodo spezzatino generi due picchi di hype (in questo caso 2 e mezzo considerando l’ultimo episodio a capodanno), due cicli di articoli, reaction, trend, due periodi di dominio nei “Top 10” del catalogo.

E la strategia funziona per loro perché dopo il Volume 1 di Stranger Things 4, i recuperi delle stagioni precedenti sono aumentati di oltre il 200% (dato interno comunicato da Netflix) e, quando è uscito il Volume 2, la serie ha battuto il suo record storico di ore viste.

Per l’uscita del gran finale si sono superati dividendo la stagione in due parti, creando hype in un momento cruciale dell’anno (capodanno) per l’ultimo episodio e hanno persino pubblicato i primi 5 minuti della stagione su Youtube un mese prima del 27 novembre. E non si tratta di una scena casuale, ma di un “flashback” che rimanda alle prime stagioni con cui si inaugura quella finale. Anche questo è studiato per attirare pubblico da un canale diverso (Youtube), creando connessione con i fan della prima ora che saranno portati a fare il rewatch delle 4 stagioni precedenti prima dell’uscita del 27 novembre (in questo senso la pubblicazione di questi primi 5 minuti è studiata per dare il tempo necessario agli utenti per effettuare il rewatch) e creano anche un potente gancio narrativo con gli eventi della quarta stagione per aumentare l’hype e le previsioni.

Le critiche al modello

Tutto questo però genera in noi fatica. Da una parte il nostro hype e l’attenzione verso la serie viene guidato, dall’altra ci affatica, ci costringe ai ritmi lenti della distribuzione e ci attira verso un continuo rewatch dei soliti contenuti. Il rischio (o meglio l’obiettivo semi dichiarato) è quello della lobotomizzazione dell’utente contemporaneo. Concepire il fruitore come utente perenne, attirarlo verso la continua fruizione dei contenuti, in modo passivo, senza lasciare a noi stessi il controllo sul prodotto. Come spesso accade nella società contemporanea, il prodotto assume il controllo di noi e non viceversa (basta pensare al telefono).

Avrete capito che sono contro questo modello di distribuzione, perché pur comprendendone i motivi di marketing e business, non riesco a non pensare alla potenza di questi mezzi e chi li distribuisce dovrebbe fare business non per il business, ma per la società, per mandare dei messaggi, per scrivere delle belle storie che possano ispirare, formare e divertire. Non dovrebbe trattarci come prodotti, non fino a questo punto. Ma non sono l’unico a pensarla così.

Secondo molti utenti, lo spezzatino non è sempre guidato da esigenze creative ma da ragioni di business. Forbes ha criticato Netflix accusandola di “sfigurare” i suoi show dividendoli spesso a metà per “strizzare almeno un mese extra di abbonamenti”. In questo modo alcuni spettatori percepiscono che il modello è manipolativo.

Un articolo di The Daily Star parla di una sorta di “crisi d’identità” per lo streaming: il binge (tutto insieme) era il modello simbolo di Netflix, ma con lo spezzatino la piattaforma entra in un limbo tra binge e episodico, che disorienta gli spettatori.

C’è da dire che Collider ha intervistato Bela Bajaria, Chief Content Officer di Netflix, che ha ammesso che a volte le split-season derivano da motivi produttivi, ma anche da decisioni creative: “dipende dallo show”, non esiste un modello fisso. E questo è vero, ma l’impressione che rimane è che le serie portatrici di un grande bacino di pubblico (vedi Stranger Things, Squid Games, Mercoledì, Bridgerton) ormai adottino sempre questo schema spezzatino.

Esempi negativi

Che poi se la vogliamo dire tutta, non sempre questa strategia spezzatino ha portato i frutti sperati. La seconda stagione di Mercoledì è stata divisa in due parti (la prima rilasciata il 6 agosto 2025, la seconda il 3 settembre 2025). L’idea di base era quella di mantenere l’attenzione alta per due mesi di abbonamento, ma non ha pagato.

La parte 2 di Mercoledì 2 ha registrato una riduzione di circa 43,6% nelle visualizzazioni nella sua prima settimana rispetto al debutto della parte 1. Più precisamente, la parte 2 ha ottenuto 28,2 milioni di visualizzazioni nei suoi primi 5 giorni, contro i 50 milioni dei primi 5 giorni della parte 1. Questo è un calo sostanziale che è difficile giustificare solo con un “normale drop post-lancio”: indica che una quota significativa del pubblico non è tornata o non si è riattivata.

Secondo me è avvenuto non tanto per motivi tecnici, ma piuttosto narrativi. Ciò che piace di Mercoledì è la caratterizzazione dei personaggi e il mood che portano su schermo. La trama passa in secondo piano e pertanto i “cliffhanger” non funzionano come possono funzionare in serie come Stranger Things o Squid Game. La gente non è portata a fare previsioni sul finale, piuttosto è interessata a rientrare in quel mood e affezionarsi ai personaggi. Una volta fatto la prima volta (ad agosto), perde naturalmente interesse dopo un mese.

Un altro esempio di flop è Squid Game, non tanto in termini numerici ma di soddisfazione. La serie è strutturata a cliffhanger, pertanto il modello spezzatino avrebbe dovuto performare bene. In effetti Squid Game è stata vista, ma non apprezzata. Questo perché la promessa narrativa è stata rotta, la trama è stata gestita male e non ci ha dato il payoff che meritavamo (della rottura del contratto narrativo ne parlavo qui, se ti va recuperalo!). Il che porta a “se proprio volete imporre questo modello allo spettatore almeno fatelo bene e dateci una serie godibile, senza buchi di trama, senza questa evidente necessità di fare serie solo per profitto”.

Considerazioni finali

Insomma, posso comprendere lo slancio innovativo delle case di produzione per rendere un prodotto virale e massimizzare l’attenzione. Ma dal momento in cui ci troviamo in una società che è terreno fertile per la passività dell’individuo e i sentimenti ci appaiono sempre più guidati, mi piacerebbe assistere a scelte meno manipolative e soprattutto che siano quanto meno giustificate e portatrici di messaggi intensi e positivi, con storie capaci di emozionarci grazie all’ottima scrittura. E spero che questo sarà il caso del gran finale di Stranger Things (finger crossed).